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quarta domenica di quaresima
10 marzo 2013

A. Martini, Il figlio prodigo
A. Martini, Il figlio prodigo
Entrambi i figli non accedono alla loro verità di figli: l’uno fugge da casa e dal padre; l’altro resta in casa vivendo da schiavo e con risentimento verso il padre. Senza libertà non c’è amore e si arriverà a fuggire da una casa divenuta prigione soffocante o a restarvi nella logica del dovere e dell’obbligo, dunque da schiavi, non da figli (cf. Gv 8,35).
Decisivo nel processo di ritorno a casa del figlio minore è il suo essere “rientrato in se stesso” (v. 17). Il giovane smette di fuggire quando prende contatto con se stesso, quando osa la propria interiorità. Non si tratta ancora di conversione, ma di lettura realistica di sé, di presa di coscienza della penosa situazione in cui è finito.
Ciò che la parabola imputa al figlio minore non è tanto la dissolutezza morale (si è accompagnato con le prostitute) o la prodigalità (ha dissipato il patrimonio), ma l’insensatezza, l’aver vissuto asótos, lontano dal senso, in modo folle, dissennato (v. 13).
Luciano Manicardi
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