quinta domenica di Pasqua


meditando sulla quinta domenica di Pasqua 
(6 maggio 2012)

«Rimanete in me e io in voi.
Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite,
così neanche voi se non rimanete in me».

Gv 15,1-8

L’autorivelazione di Gesù “Io sono la vera vite” lo situa in relazione sia con il Padre (il vignaiolo) sia con i discepoli (i tralci). Come è essenziale al tralcio rimanere nella vite per fruttificare, così è essenziale al discepolo rimanere in Cristo per dare frutto. Che significa rimanere in Cristo? Per Giovanni “rimanere” (verbo ménein) non è il passivo adeguarsi a uno status in cui ci si trova, ma indica un evento dinamico in quanto designa la maturità del rapporto di fede e di amore del credente con il suo Signore. La sequela deve interiorizzarsi e divenire un rimanere nell’amore di Cristo. L’amore non è esperienza di un momento ma diviene relazione, storia, quando in esso si rimane. Custodire l’esperienza di amore conosciuta su di sé è essenziale per sviluppare la propria capacità di amare in modo adulto e maturo.

Questo rimanere nell’amore diviene fondamento del rimanere e perseverare nella fede. Di più: il rimanere in (in Cristo, nel suo amore, nella sua parola) è basilare per il rimanere con (con i fratelli nella vita comune, nella chiesa). L’esperienza di fede come rimanere è esperienza di interiorità e profondità spirituale ed è esperienza di perseveranza e di comunione. Ma la comunione ecclesiale ha un saldo e imprescindibile fondamento nella comunione personale e interiore con il Signore. Senza quest’ultima, la vita ecclesiale si riduce a scena, a ipocrisia. Senza uno spazio di vita interiore e di comunione personale con il Signore l’“io” non riuscirà a dire “noi” in modo libero, convinto e pieno d’amore, e rischierà di piegare il “noi” all’“io”, di vivere le relazioni con gli altri all’interno di un rapporto di forza.

Luciano Manicardi
Comunità di Bose