sabato, 15 dicembre 2012 – la missione

 
“Il grembiule esige coraggio ogni giorno”(don Tonino Bello).

Questo l’input attorno al quale testimonianze e riflessioni sbocciano nell’incontro dedicato all’impegno sociale, magnificamente espresso da uno dei documenti perla partoriti dal Concilio Vaticano II ossia il decreto sull’attività missionaria della Chiesa “Ad Gentes”.

Ascoltiamo con vivo interesse l’esperienza di un volontario cresciuto in un territorio estremamente e singolarmente fertile per quanto concerne la vocazione missionaria, stampata sulla solidarietà abbinata alla giustizia.

Proprio questi due fattori che si dovrebbero imporre sull’evidente e quasi ostentata in-equità che pervade una fetta troppa grossa del mondo che calpestiamo, sono stati la molla che lo hanno spinto ad un’azione altruistica in un primo tempo indirizzata alla mistica India dove, però, la realtà fa riflettere oltre l’ideale fino a bloccare lo slancio anche del più convinto promotore di bene.

È l’Ecuador il luogo in cui il nostro amico riesce a esprimere concretamente la sua identità di missionario, laico, inteso come “incarnazione” degli insegnamenti e delle parole espresse da Gesù nella Sua opera missionaria. L’Ecuador è il bambino che interpella il tuo aiuto e chiama a sporcarti le mani per davvero, non per idea. Gradualmente emerge la necessità di costruire giustizia cercando di affrontare le sperequazioni alla loro radice e non solamente di alleviarne gli infausti esiti. Combattere, per esempio, l’abbandono scolastico per creare una terreno nuovo fatto di consapevolezza e strumentale capacità di rivalsa è uno degli obiettivi su cui far convergere energie e speranze.

Di fronte all’ingiustizia, la fede acquisisce la sua ragion d’essere perché condivisa con gli altri missionari, con e nonostante lo scoramento che le situazioni locali possono procurare. Lo “stare” nella Chiesa dei missionari consacrati, mostra il volto tenace della giustizia che vuole essere affermata anche se il nemico può essere quel meccanismo divisore che intacca la Chiesa stessa. I sacerdoti del posto promuovono e fanno leva sulla stretta collaborazione tra tutti gli organismi che lavorano per lo stesso obiettivo anche per mostrare la concretezza di una fede che non è sufficiente trasmettere a colpi di messe o preghiere, ma che deve passare attraverso la carne della fatica, della costanza e della coerenza per infondere alla popolazione in questione, fiducia  e speranza autentiche.

Al nostro ospite viene chiesto come vive il legame della sua attività missionaria, diventata anche un lavoro qui in Italia, con l’aspetto dell’omosessualità, ma la questione è presto risolta perché questa dimensione, in terra di missione, non viene espressa, né discussa. Piuttosto ci comunica quanto questa esperienza lo abbia reso consapevole della sua capacità di donare, di saper far fronte alla cose con maturità, di trovare nel confronto e nella collaborazione con gli altri una via per riformulare la famosa scala dei valori e riscoprire, ad esempio, l’importanza del saper gioire.

La conversazione si concentra poi sul rapporto tra il “fare” e la dimensione personale della preghiera affiancata alla pratica liturgica. Se in India è quasi necessario intervallare lavoro e preghiera per poter affrontare umanamente la missionarietà e proprio questa esigenza richiede un “coraggio” che non è da tutti, in Ecuador la faccenda è maggiormente soggetta al sentire personale. Pur riconoscendo il valore e la forza potente della preghiera considerata come una diversa concretezza di dono, una volta rientrato e coinvolto dal frenetico ritmo occidentale, la preghiera diventa un’azione meno spontanea e meno facile e mirata al sostegno di situazioni umane incrociate nel lavoro.

Dell’esperienza in terra di missione, il nostro amico ci trasmette la ricchezza del respirare la pluralità di provenienza, credo, cultura, preghiera che si mescolano armoniosamente in nome di un ideale alto che le comprende tutte; trafficando vissuti del proprio io e delle relative circostanze, realizzi che la tua persona ha valore anche perché figlia di un certo paese con le sue tradizioni e storie di fede e nello stesso tempo prendi coscienza che in fondo un po’ stranieri lo siamo tutti e l’aiuto che dai come missionario è l’aiuto che ti ritorna da “missionato”, bisognoso di essere scavato e riempito di ulteriore senso e di abbondante verità.

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