Scola, lo Stato laico e la libertà religiosa

da MicroMega del 10 dicembre 2012 (da La Repubblica del 7 dicembre 2012)

di Vito Mancuso

È tradizione che i discorsi tenuti il giorno di Sant’Ambrogio dagli arcivescovi di Milano siano caratterizzati da una profonda attenzione all’attualità sociale e politica. È il caso anche del discorso tenuto ieri a Milano da Angelo Scola, nel quale il cardinale è giunto a pronunciare parole molto pesanti. Parole a mio avviso poco fondate, su un tema di straordinaria delicatezza quale quello della laicità e della aconfessionalità dello Stato. Scola è partito da molto lontano, dall’anno 313, visto che l’anno prossimo saranno 1700 anni da quell’Editto di Milano con cui Costantino e Licinio posero fine alle persecuzioni contro i cristiani. Scola non esita a celebrare tale editto come “l’atto di nascita della libertà religiosa”. È doveroso chiedersi per chi tale libertà nacque, e la risposta corretta è per i cristiani, i quali, da perseguitati sotto alcuni imperatori romani (in particolare Decio, Valeriano e Diocleziano) iniziarono a godere libertà di culto e poterono professare pubblicamente la loro religione. Ma alla loro libertà non seguì la libertà di altri.

Io penso quindi che non sia corretto da parte di Scola elogiare così tanto l’Editto di Milano senza neppure ricordare l’Editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio del 380 con cui si toglieva la libertà di religione ai pagani, cui seguirono tra il 391 e il 392 i Decreti teodosiani che mettevano al bando ogni forma di sacrificio pagano, anche in forma privata, compresi i culti dei lari e dei penati che da secoli gli abitanti della penisola italica praticavano nelle loro case. È vero che Scola scrive che l’Editto di Milano fu un “inizio mancato”, ma non si può sorvolare in questo modo così leggero su secoli e secoli di sanguinosa intolleranza cattolica, generata da tale editto e dal matrimonio con il potere imperiale che esso comportava. La cosa era del tutto chiara già a Dante Alighieri: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!” (Inferno XIX, 115-117), laddove tra i mali procurati dall’alleanza con il potere politico oltre alla corruzione della Chiesa vi sono le sanguinose persecuzioni contro ogni forma diversa di religione, in particolare contro i catari, i valdesi, gli ebrei.

La storia insegna che si dà libertà religiosa solo nella misura in cui lo Stato non si lega a nessuna religione particolare, solo se si pone di fronte ai suoi cittadini con l’intenzione di rispettare tutti, minoranze comprese, solo se pratica quella forma di neutralità così esplicitamente criticata dal cardinal Scola nel suo discorso di ieri. Per Scola infatti occorre “ripensare il tema della aconfessionalità dello Stato”, facendo in modo che lo Stato passi da una visione pluralista a una visione culturalmente in grado di sostenere le “dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte”: insomma i cosiddetti valori non negoziabili tanto cari a Benedetto XVI, cioè vita, scuola, famiglia, da intendersi alla maniera del Magistero cattolico attuale (che non è detto coincida con il vero senso del cristianesimo).

Prova ne sia proprio il tema della libertà religiosa, la quale, se è giunta a essere un patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, è solo grazie alla lotta in favore dei diritti umani da parte della laicità illuminista. La libertà religiosa è stato il dono della laicità al cristianesimo. Senza lo Stato laico, senza la sua volontà di rispettare le minoranze come quelle dei valdesi e degli ebrei dando loro gli stessi diritti della maggioranza cattolica, la Chiesa non sarebbe mai giunta al documento Dignitatis humana e del Vaticano II che apre finalmente la gerarchia cattolica alla libertà religiosa, dopo ben 1573 anni (distanza temporale tra la Dignitatis humanae del 1965 e l’ultimo decreto di Teodosio del 392)! Per rendersene conto è sufficiente leggere i documenti pontifici che durante la modernità condannavano aspramente la lotta dei laici e di alcuni teologi a favore della libertà religiosa, come per esempio le parole di Gregorio XVI che nel 1832 bollava la libertà religiosa come deliramentum o le parole di Pio IX nel 1870 o quelle di Leone XIII nel 1888.

Scola ha ragione nel dire che “il nostro è un tempo che domanda una nuova, larga cultura del sociale e del politico”. Ma questa larghezza della mente e dell’anima dovrebbe riguardare davvero tutti, anche la Chiesa cattolica, la quale non può limitarsi a rimpiangere Costantino e Teodosio e magari a cercare candidati politici che ne ricalchino le orme.

Un pensiero su “Scola, lo Stato laico e la libertà religiosa

  1. gigi:
    da Adista n. 46 del 22 dicembre 2012

    LA CHIAREZZA DI SCOLA

    di Giancarla Codrignani*

    Per cattolici e non cattolici Ambrogio è il santo che ha fatto inginocchiare l’imperatore che rientrava dalla rappresaglia sanguinosa contro Tessalonica insorta contro il governatore romano. Senza commemorare l’impresa, il cardinale di Milano Angelo Scola ha rivendicato, nel giorno in cui i milanesi festeggiano il loro santo e gli “ambrogini”, il potere esclusivo della Chiesa anche nell’ambito civile. Principio non negoziabile di un “non praevalebunt”, che – non riferito alle forze del male, ma a chiunque non la pensi come me – sancisce la logica amico-nemico e, per gli anticlericali incalliti, l’ipocrisia dei cristiani.
    È pur vero che il giorno dopo, festa dell’Immacolata, il papa ha condannato la società dell’egoismo: chi riflette ci vede una contraddizione che rende Scola fuori linea. Ammesso che ci siano linee diverse dalle indicazioni curiali che ci pervengono dalle nomine episcopali, irrimediabilmente “vetero”, come a Ferrara quella di Luigi Negri, un vescovo famoso perché parte dalla condanna del Risorgimento e dei diritti liberali per arrivare al Vaticano II.
    Negli Stati Uniti la posizione della gerarchia cattolica era stata inequivoca a favore di Romney, il candidato “per la vita” (e per i benefici clericali). Ma i cattolici americani hanno scelto in gran parte Obama, dietro l’impegno esplicito delle suore dell’organizzazione che raduna due terzi delle religiose: donne che non hanno paura della laicità e testimoniano il Vangelo nella fraternità con l’umanità di oggi non nelle sue dislocazioni di potere, ma nel bisogno dei poveri e nella solidarietà. Bisogna cercare di capire i segni dei tempi: se sr. Margaret Campbell è addirittura intervenuta alla nomination del futuro presidente, non poco deve avere influito l’atteggiamento di chiusura della gerarchia, che da almeno un paio d’anni perseguita con visite apostoliche e minacce censorie la leadership delle suore cattoliche per devianze quali l’esser “femministe”.
    Sembra strano che qualcuno possa non rendersi conto che, proprio per l’ambiguità delle prospettive, le sollecitazioni a cambiare metodi insieme con l’“epoché” debbono impegnare le Chiese in contributi non solo confessionali che siano efficaci per il futuro. Ormai è evidente che nemmeno l’islam può restare immutato come vorrebbero molti imam. I religiosi e i politici egiziani possono infatti vincere elezioni per il voto di masse svantaggiate che ricevono i benefici assistenziali della Zakat, la decima che ogni musulmano è tenuto a versare per i fratelli, ma lo spirito dei tempi tende ovunque a liberare la libertà. Con la conservazione non si va da nessuna parte: le dinamiche della storia sono ormai così travolgenti che è in pericolo – oltre che il destino comune laico – non l’egemonia temporale, ma il patrimonio della fede se le Chiese non lo ripensano in modo coerente.
    Gli “altri” sono sempre diversi e la laicità non è responsabile di nessun attentato alla fede perché in ogni situazione la sola alternativa alla pluralità sarebbe il dominio dell’uno. Scola definisce la “neutralità delle istituzioni statuali rispetto al fenomeno religioso… un modello maldisposto” verso la religione che ne “limita la libertà”. Ritenendo che la gerarchia farebbe bene a guardare, in casa propria, il senso delle “confessionalità” e le aspettative del mondo cattolico che, piaccia o no, è quanto mai plurale. Se la società diventa sempre più “secolare” e “priva di apertura al trascendente”, accade proprio perché chi si è sentito chiamato a dare senso ad una fede viene meno al mandato di cui si è fatto carico. D’altra parte già Matteo e gli altri ci dicevano la tristezza di Gesù quando gli apostoli non capivano che cosa voleva dire…

    * Saggista, già parlamentare della Sinistra Indipendente

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