Se il relativismo etico viene combattuto con parole da caserma

Corriere della Sera 08 agosto 2007
Gian Antonio Stella: “Perchè don Gelmini ha chiesto scusa ai massoni e agli ebrei e non ai gay?”

L’estroso catto-massone Alessandro Meluzzi non è ancora riuscito a trovare il tempo per chiedere scusa, a nome dell’incauto don Gelmini del quale si fa portavoce, agli omosessuali. E dopo avere espresso il rammarico numero uno del prete per l’insensata sparata contro la «lobby ebraico-radical chic» e poi il rammarico numero due per il coinvolgimento nel «complotto» della massoneria (alla quale lo stesso Meluzzi si vanta d’appartenere come «aderente alla Loggia Madre Ausonia, la più antica d’Italia, che ha ospitato Garibaldi, Cavour…») è rimasto afono. Il che, per un uomo così loquace che a suo tempo si tirò addosso le ire trasversali di tutte le parlamentari per aver gigioneggiato che «le donne disponibili non sono solo modelle e attricette » ma «a volte sono più agguerrite e aggressive le assistenti parlamentari, le segretarie di Montecitorio e di Palazzo Madama», è piuttosto inusuale.

Eppure, come hanno sottolineato tra gli altri il «circolo Mario Mieli», Franco Grillini e Vladimir Luxuria, le scuse di don Pierino sarebbero state opportune. Nel suo sfogo scomposto dopo il divampare delle polemiche intorno all’inchiesta nata dalle accuse di molestie sessuali da parte di alcuni tossici espulsi a suo tempo dalla «Comunità incontro», il sacerdote aveva detto tra l’altro, sparando a zero contro quanti tirano in ballo i casi di pedofilia tra il clero cattolico americano: «Così noi saremmo tutti froci… Io e loro a scopare nelle stanze del silenzio…».

Un linguaggio colorito, per un prete. Non diverso da quanto era colorito quello di Angelo Gelmini, noto come Padre Eligio e compagno di alcune disavventure giudiziarie che videro i due fratelli finire addirittura insieme in carcere nel 1976 con l’accusa, poi evaporata, seconda l’archivio dell’Ansa, di aver truffato un commerciante di formaggi di Crescentino, Viro Passero, con «la finta promessa di titolo onorario ».

Eppure don Pierino, con la sua esperienza di vita, dovrebbe conoscere bene quanto possa pesare un marchio. Non solo perché, in tanti decenni di lotta alla droga, deve aver conosciuto diversi ragazzi disperati che per strappare la dose quotidiana erano talvolta arrivati a vendersi ed erano stati automaticamente bollati coi nomignoli più infamanti. Ma perché lui stesso, come ha ricordato Francesco Grignetti su La Stampa, fu vittima di quelle insopportabili malignità che segnano la vita. Diceva un vecchio ritaglio del Messaggero ricordando un’altra, vecchia condanna: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ’71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi».

Vogliamo scommetterci: una malevola carognata. Ma proprio per questo viene da chiedersi: perché, dopo l’infelice sortita di sabato, don Pierino non ha sentito il bisogno di correggersi? Perché ha avvertito la necessità di mettere una toppa con gli ebrei (meno male) e con la massoneria (meno male) e non con i gay? Di più: perché il mondo del centro-destra italiano, premurosamente pronto a suggerirgli una rettifica sugli altri due sfoghi, non si è neppure accorto di quello contro gli omosessuali feriti col più antico insulto romanesco da latrina? Peccato. Alla fine, nonostante tutti gli sforzi, sempre lì si torna. Ai camerati che sfilano col cartello «Finocchi? Sì, grazie: col pinzimonio». A Roberto Calderoli che denuncia le «assurde pretese di privilegi dei culattoni». A ministri in carica qual era Mirko Tremaglia che sbottano: «Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza».

Povera destra: la battaglia contro «il relativismo etico», la si condivida o meno, è una cosa troppo seria per lasciarla fare a chi usa parole da caserma.

Nonostante tutti gli sforzi, nel centrodestra resta l’abitudine agli insulti contro i gay.

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