Se l’amore non è tentazione, ma dono: lettera di un prete omosessuale

da Adista n. 39 del 3 novembre 2012

di Giampaolo Petrucci

Giovane trentenne, prete da cinque anni e gay. E per questo, dice, «vivo un profondo conflitto e inquietudine interiore». È lo sfogo di don Roberto, prete e omosessuale, affidato ad una lettera inviata al Portale su fede e omosessualità “Progetto Gionata” (www.gionata.org). Una lettera che racconta certamente un travaglio personale, ma che allarga la riflessione alla condizione del celibato e alla dolorosa conciliazione tra omosessualità e vita religiosa, in una Chiesa ancora profondamente omofoba, che costringe numerosi preti gay a vivere nel rifiuto di sé e nella clandestinità.

«Già da ragazzo l’omosessualità – si legge nell’incipit della missiva – è emersa a vari livelli nella mia vita, ma ho sempre cercato di nasconderla, di sconfiggerla, di considerarla come qualcosa da allontanare e temere». Don Roberto dice anche di aver tentato, prima di approdare ai voti, la “via eterosessuale”, per non sentirsi diverso e socialmente emarginato, precipitando però in uno stato di ancor maggiore confusione. Poi l’incontro con Dio, che definisce «incontro vero, reale, forte che ha aperto nella mia vita un orizzonte impensabile». E poi quell’approccio “curativo” all’omoaffettività che la Chiesa sembra ancora non voler abbandonare: «Iniziai a pregare intensamente, chiedendo al Signore di essere liberato da questa “malattia”, da questo infinito tormento. Il suo silenzio non l’ho mai capito. Oggi ci sono nuovi cammini che propongono di guarire attraverso la preghiera e la penitenza. Con me niente ha funzionato. Né le lacrime, né le preghiere… nemmeno le infinte novene che ho fatto per essere graziato e liberato (oggi davvero ci rido su)». Infine, la scelta di prendere l’abito – «felice, sereno e libero» – e tutto ciò che questo comporta, compreso il voto di castità.

«Dopo un mese dalla mia ordinazione, dopo anni di castità vissuta con gioia e con slancio», aggiunge, però «cado con un mio confratello». E l’equilibrio che don Roberto si era faticosamente costruito comincia a sgretolarsi. A quella che lui chiama “caduta”, spiega, ne sono seguite delle altre negli anni successivi, finché un bel giorno è arrivato l’amore, che il prete descrive con parole commoventi: «Un anno fa conosco un ragazzo poco più grande di me. Ci siamo innamorati come mai in trent’anni mi è capitato». «Un amore coinvolgente, che ha riempito la mia vita di un significato nuovo. Un amore che ha rotto dentro di me ogni isolamento, ogni paura di definirmi per quello che sono e mi sento. Un ragazzo omosessuale. Un prete omosessuale». La Chiesa, commenta, «mi parlerebbe di tentazione, io ora riesco solo a vederlo come dono».

Malgrado la consapevolezza acquisita, per don Roberto si è aperta una nuova fase di logorante smarrimento, soprattutto dopo i calorosi “suggerimenti” di qualche tempo fa, in cui le gerarchie romane invitavano i preti gay a uscire allo scoperto e a lasciare l’abito. Ed è stata crisi anche dopo l’abbandono di alcuni suoi amici – preti gay anch’essi – che hanno scelto il silenzio, coltivando «rapporti occasionali senza troppi scrupoli», e hanno contestato la decisione di don Roberto di vivere serenamente la sua storia d’amore. «Oggi con serenità mi scopro gay», scrive. «Mi accetto gay. Amato dal Padre che mi ha creato così. Sento che la mia ferita è guarita… ma a quale prezzo?».

Un pensiero su “Se l’amore non è tentazione, ma dono: lettera di un prete omosessuale

  1. Non è peccato la tendenza all’omosessualità, bensì la pratica della stessa. Una situazione da cui molti sono usciti con l’aiuto psicoterapeutico (vedi cosa scrive Joseph Nicolosi). Un prete cattolico non può sposarsi, anche se in altre confessioni cristiane questo è lecito (vedi chiesa ortodossa), ma per tutti, preti e laici, se vogliono vivere da cristiani, la pratica gay è contro la legge morale.

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