Sì ad una legge sulle coppie di fatto, perché “diritti e doveri non sono un optional”

INTERVISTA A STEFANO CECCANTI
Adista Notizie N. 1 – 6 Gennaio 2007

33683. ROMA-ADISTA. Il dibattito sulle coppie di fatto – già esploso a ridosso della Finanziaria (v. Adista n. 89/06) – è destinato a entrare nel vivo con la presentazione del disegno di legge organico del governo, oggi in fase di elaborazione da parte dei ministri Barbara Pollastrini e Rosy Bindi. Ne parliamo con Stefano Ceccanti, capo dell’ufficio legislativo del Ministero delle Pari Opportunità. Cattolico, ex-presidente della Fuci, Ceccanti punta ad un approccio “pragmatico”, per cui il riconoscimento delle coppie di fatto non prefigura un “matrimonio di serie B”: alcuni diritti sarebbero dati, in quanto tali, a chi si trova in un’unione di fatto, mentre la registrazione dell’unione da parte dello Stato aprirebbe le porte ad una gamma più ampia di diritti e doveri. (a. s.)

D: Partiamo dall’inizio: quanto bisogno c’è e perché di questa legge?

R: Oggi le coppie di fatto hanno una tutela a chiazze, dovuta quasi solo alla giurisprudenza che ha riconosciuto diritti volta per volta, sulla base dei casi concreti sottoposti all’attenzione dei giudici. Peraltro, spesso, la questione non è risolta al di là dei singoli casi coinvolti. Prendiamo ad esempio la sentenza Casavola della Corte costituzionale sul diritto al subentro nel contratto di locazione del convivente more uxorio: i tribunali sono pieni di casi in cui i proprietari negano che colui che reclama il subentro sia un vero convivente e forse c’è anche qualche caso di persona che abusivamente reclama quel titolo. Va quindi data certezza a un sistema di prove e ricostruito un quadro coerente e non frammentario.

D: Non c’è il rischio di aprire il fronte di un’altra “culture war” in stile americano su un tema eticamente sensibile, in una situazione già politicamente delicata?

R: I rischi ci sono sempre, anche a prescindere dalla legge. Infatti non passa settimana senza che il Parlamento e il Governo non si trovino a dire la loro sul recepimento di direttive comunitarie come l’ultima arrivata, la 38 del 2004, che consente l’ingresso ai partner (registrati e non) di cittadini comunitari, o sulla costituzionalità di leggi regionali che portano ad equiparazioni parziali tra famiglie e unioni. Proprio per evitare di drammatizzare la questione, avevamo pensato, come Ministero, che quel quadro coerente e non frammentario di cui parlavo prima potesse essere realizzato ad inizio legislatura per tappe, man mano che, in leggi da approvare, apparissero problemi di diritti negati o mal tutelati, per giungere solo dopo a una legge, avendo risolto prima una serie di problemi e non caricandoli su un unico testo. Qualche giorno fa, però, al Senato, si è arrivati all’ordine del giorno unanime della maggioranza suggerito dai teodem che, per ottenere il ritiro di una misura parziale sulle successioni, hanno capovolto il ragionamento: coloro che sono preoccupati del matrimonio di serie B sarebbero stati, secondo i teodem, meglio rassicurati da un disegno organico, perché agendo caso per caso si darebbe l’impressione di una “politica del carciofo”. Invece, con un disegno organico da cui risultasse che il matrimonio di serie B non c’è, che non c’è l’adozione per le persone omosessuali e così via, tutti capirebbero cosa vogliamo realmente.

D: Nel dibattito in corso, una delle discriminanti sembra essere quella che oppone il riconoscimento della ‘coppia’ in quanto tale a quello dei singoli individui all’interno di una relazione. Che approccio si intende adottare e perché?

R: Un ordinamento ha di fronte a sé oggi tre possibili linee di condotta rispetto alle convivenze di fatto: a) negare ogni rilevanza o addirittura reprimerle come illecite; b) considerare rilevante la condizione delle persone nelle unioni e immediatamente produttiva di una certa quantità di diritti e doveri; c) giuridicizzarla con nuove figure alternative al matrimonio ma simili nella struttura.

La prima via, al di là delle diverse considerazioni morali, si presenta sempre meno realistica, quanto meno per la diffusione sociale di tali realtà; peraltro, se non vi provvede in modo razionale il legislatore nazionale, come si diceva prima, il giudice rischia di rimanere da solo a stabilire tutele episodiche e a chiazze, magari coadiuvato da direttive comunitarie e da leggi regionali. La terza via porta con sé vari rischi: per un verso quello di creare figure con un grado di tutela di diritti analogo a quello del matrimonio e con un livello di doveri inferiore (quanto meno per la difficile coercibilità), finendo per spingere i soggetti a scegliere quindi tale nuova figura in alternativa al matrimonio; per altro verso rischia di peggiorare le tutele delle unioni che restino solo al livello effettivamente “di fatto”. Infatti, finché il sistema resta basato su uno schema binario, il legislatore o comunque il giudice possono riconoscere alcuni diritti e doveri dentro le unioni di fatto, ma se viene creata una figura intermedia, le unioni che restino solo di fatto sono tendenzialmente sospinte fuori da qualsiasi tutela, anche minima. Per questo le nostre proposte, al di là dei singoli diritti, consistono nel dare efficacia dichiarativa (e non costitutiva di diritti, se non come eccezione) alla registrazione delle persone facenti parte dell’unione, in radicale distinzione rispetto al matrimonio. E nel configurare un equilibrio tra diritti e doveri che di regola tendono a non distinguere tra unioni registrate e non, essendo la registrazione una mera facilitazione per l’onere della prova.

D: Come verranno bilanciati, nella legge, diritti e doveri di chi contrae/sottoscrive un’unione civile?

R: Fermo restando che le nostre sono solo prime proposte, ora all’esame tecnico e politico del Ministero della Famiglia e poi a quello collegiale del Consiglio dei ministri, per noi i principali diritti e doveri non richiederebbero una registrazione previa: assistenza sanitaria e previdenziale, successione nel contratto di locazione, inserimento in graduatorie occupazionali, diritti, facoltà e benefici connessi al rapporto di lavoro, dovere di reciproca assistenza e solidarietà, contribuzione alla vita in comune in proporzione ai redditi. Laddove tuttavia siano previsti particolari oneri per lo Stato o possibili conflitti tra vari soggetti anche esterni all’unione di fatto, l’onere di certificazione deve essere obiettivamente più rilevante e di qui la lista limitata di diritti e doveri legata alla registrazione e concepita come eccezione: possibile designazione come fiduciario per alcune decisioni eticamente sensibili, permesso di soggiorno, diritti previdenziali e successori, obblighi alimentari.

D: Il matrimonio – e la famiglia su esso basata – è davvero così “fragile” come si lamenta? Una regolamentazione delle “unioni civili” lo metterebbe davvero così in pericolo?

R: Anzitutto va rilevato che la questione può avere risposte diverse a seconda di come si legifera: l’obiezione sarebbe fondata se creassimo un matrimonio di serie B, più facile a sciogliersi e coi medesimi diritti, perché così invoglieremmo le persone a scegliere la soluzione più facile. Siccome non proponiamo nulla del genere, la critica nel caso specifico non è fondata. In secondo luogo va rilevato che neanche il diritto canonico ignora le unioni. Il cardinal Pompedda segnalava che il canone 1093 colloca tra gli “impedimenti dirimenti” il cosiddetto “impedimento di pubblica onestà”, sulla base del quale chi ha praticato “vita comune” in un matrimonio invalido o anche in un “concubinato pubblico e notorio” non può sposarsi con eventuali figli del partner e che il canone 1071, paragrafo 1, n. 3 dà valore indiretto al matrimonio civile e alle unioni di fatto perché in un’ottica solidaristica riconosce che da tali tipi di unioni nascono “obblighi naturali”; infatti, solo con “licenza del vescovo” un sacerdote può procedere al “matrimonio di chi è vincolato da obblighi naturali derivati da una precedente unione verso un’altra parte o i figli”.

Poi va rilevato che sostenere, come talora si fa, che tutto (o quasi tutto) l’insieme dei diritti e dei doveri debba dipendere solo dal matrimonio rischia di causare un corto-circuito opposto a quello dell’istituzione del matrimonio di serie B. Rischiamo di spingere a sposarsi in modo affrettato le persone solo per risolvere alcune questioni particolari, quando ancora non hanno piena consapevolezza di cosa significhi quell’impegno, sia in termini sacramentali sia anche solo civili. Il primo testo pastorale che ho letto su quest’argomento, quello del card. Lehmann, pubblicato sul Regno Attualità n. 15 del 1984, dato che in Germania le unioni si erano diffuse già in quegli anni, distingueva bene tra vari tipologie di unioni e puntava su un percorso necessariamente progressivo di comprensione della serietà del vincolo e di uscita dalla precarietà dei legami. Scriveva Lehmann: “È da proibire ogni pressione massiccia dall’esterno perché contraggano matrimonio, cosa che spesso viene accompagnata da minacce. Le nozze e il matrimonio non devono essere presentati solo come una ‘legge’ o un ‘dovere’ imposti, ma piuttosto come il senso vero e la realizzazione dinamica dell’amore autentico tra uomo e donna”. Queste parole di Lehmann meriterebbero di essere ripubblicate per intero, perché collocate in un ragionamento che distingue le convivenze meramente episodiche da quelle “per prova” (“non è giusto” equipararle alle “provvisorie” con “un giudizio di condanna globale”), che rispondono, sia pur in modo largamente criticabile dal punto di vista morale, ad una situazione in cui “sono cadute quasi tutte le forme che precedevano il matrimonio (anche il fidanzamento) e la preparazione ad esso per gradi”.

D: Altra critica mossa alle coppie di fatto è quella di taglio “educativo”: dando un riconoscimento ad un’unione non fondata su un impegno forte (come quello del matrimonio) si darebbe una “diseducativa” legittimazione sociale ad una cultura delle relazioni usa-e-getta già abbastanza forte. Come risponde?

R: Che l’intento è esattamente il contrario: quello di far valere che, a prescindere dalla forma dell’unione, dalla registrazione o meno, alcuni diritti e doveri non sono un optional dentro il nostro quadro costituzionale. Non scegliere il matrimonio, fermo restando lo spazio maggiore di autonomia, non significa vivere in un limbo.

D: Vi aspettate un dialogo con la Chiesa su questo tema oppure la chiusura totale?

R: Mi aspetto una valutazione attenta delle proposte per quello che dicono e quindi una segnalazione di punti convincenti, aspetti da chiarire e punti rifiutati perché opinabili o contraddittori, come sempre accade nello scarto tra chi scrive una legge e chi la legge da fuori, da un’altra angolatura, che risente maggiormente dell’ordine morale. Se però l’ottica è quella espressa in quel testo di Lehmann – secondo cui dal punto di vista della Chiesa la questione più importante è “accrescere la testimonianza positiva del matrimonio vissuto cristianamente”, senza mai “rompere il filo del dialogo”, anche di fronte alle paure più radicali di legarsi in un “sì senza condizioni” all’altro e a “una fecondità che crea vita”, e la legge è vista come uno strumento importante, ma non è sacralizzata – non vedo perché dobbiamo drammatizzare anche eventuali scarti e giudizi parzialmente difformi. Del resto, vedo in vari interventi di uomini di Chiesa una disponibilità positiva a riflettere sui singoli diritti delle persone dentro la cornice complessiva della distinzione tra ordine morale e ordine pubblico, riproposta anche nel recente discorso del papa all’Unione Giuristi, anche se purtroppo essa non riesce ad emergere bene nel dibattito pubblico e forse su questo non aiutano proprio coloro che si presentano come interpreti immediati (o quasi) del Magistero in politica, che contribuiscono, al di là delle loro intenzioni soggettive, a deformare l’immagine in modo più intransigente di quanto non sia.

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