solennità del Corpus Domini

meditando sulla solennità del Corpo e Sangue del Signore (10 giugno 2012)


Il Signore ha nutrito il suo popolo con fior di frumento,
lo ha saziato di miele della roccia.
Sal 81,17

 

Da molti anni faccio la comunione, camminando distratto verso l’altare, distratto nella vita. Eppure Cristo non si nega.
Sono inaffidabile, mi circondo di opere vuote, e Dio non si nega.
Sull’altare c’è un piccolo pane bianco, che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio.
Che cosa mi può dare questo po’ di pane, lieve come un’ala, povero come un boccone così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino?
Per un istante almeno mi affaccio sull’enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio che mi cerca, Dio in cammino verso di me, Dio che è arrivato, che assedia i dubbi del cuore, che entra, che trova casa. La mia processione verso l’altare è solo un pallido simbolo della sua eterna processione verso l’uomo, verso di me. L’amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno di Dio. Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole. Anzi, mi accorgo che non ho doni da offrire, non ho primizie o progetti alti, non coraggio: sono solo un uomo con la sua storia accidentata, che ha bisogno di cure, con deserti e qualche oasi.
Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi l’orma lieve di Dio. Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa. E non riesco a dire parole. Quello che mi appare incredibile è che Dio si accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono. Gli vado bene anche solo per questo inizio di comunione che si apre in me. E cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli. Ma quanto poco esce dalle pieghe dure dell’anima! Finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi: «Eccomi, non ho nulla degno di un Dio. E tu dovresti lasciarmi, sceglierti qualcun altra, tu che sei così grande. Dovresti andartene, Signore». Ma Lui non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati.
Prendete, questo è il mio corpo.
Prendete, questo è il mio sangue, alleanza per molti.
Mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore significa fare propria l’intera vicenda di Cristo, cogliere il suo segreto vitale, appropriarsi del nucleo incandescente. Quando Gesù ci dà il suo sangue (il sangue che si dirama per tutto il corpo e collega e vivifica tutte le parti) vuole che nelle nostre vene scorra la sua vita, vuole che nel nostro cuore metta radici il suo coraggio e quel miracolo che è la gratuità nelle relazioni. Quando Gesù ci dà il suo corpo (corpo che è sacramento e santuario d’incontri per tutti) vuole che la nostra fede si appoggi non a delle idee, ma ad una persona, all’incontro con il peso e lo spessore e il duro della croce. Quando ci dà il suo sangue e il suo corpo vuole anche farci attenti al sangue e al corpo dei fratelli. Infatti il corpo è offerto, il sangue è versato: la legge dell’esistenza è il dono di sé; unica strada per l’amicizia nel mondo è l’offerta; norma di vita è dedicare la vita.
Così va’ il mondo di Dio.

Ermes Ronchi

Donaci il pane quotidiano,
nato dal grano che ha raggiunto l’altezza del cuore,
il pane che basta alla misura di una mano.

Donaci il pane quotidiano,
trasformato dalla terra e dal fuoco,
per guardare le persone non nel loro limite ma nel loro compimento.

Donaci il pane quotidiano,
che mi ricordi il mistero della spiga, l’immortalità di un giorno.

Donaci il pane quotidiano,
che alimenti il coraggio più grande, lasciarsi amare.

Luigi Verdi