Una Chiesa che sa indignarsi

da Adista del 17 settembre 2011
di Sergio Slavazza*

Nel 2010 il 93enne Stéphane Hessel, diplomatico francese, partigiano antinazista, internato a Buchenwald, uno degli estensori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ha pubblicato con Indigène Éditions un pamphlet intitolato Indignez-vous! destinato a diventare in poco tempo un vero caso editoriale. La piccola casa editrice di Montpellier ha significativamente inserito il libretto di Hessel nella collana «Quelli che vanno controvento».

Mi sta a cuore una Chiesa che sappia andare controvento, che sappia ancora indignarsi. Purtroppo, però, troppo spesso le mie speranze rimangono deluse.

Mi indigno quando ai militari volontari tragicamente periti in zone di guerra la Chiesa “garantisce” i funerali di Stato e tutti gli onori, mentre si dimentica del pacifista militante rapito e giustiziato in Palestina. Mi indigno quando prelati pubblicano libri con case editrici la cui proprietà è stata acquisita tramite corruttela, mentre quelle stesse case boicottano, tramite i loro canali di vendita, le piccole e indipendenti editrici cattoliche. Mi indigno quando cardinali vanno a cena con finanzieri, magnati, politici e famosi giornalisti in prestigiosi palazzi, senza mai aver fatto la coda ai “fast-food” delle Caritas assieme ai senza fissa dimora. Mi indigno quando vescovi «contestualizzano», giustificano e tollerano il malcostume, le prepotenze dei potenti e degli arroganti, ma giudicano senza appello uomini e donne che (nonostante tutto) vogliono vivere il Vangelo, anche se hanno una certa opinione politica, se sono divorziati o omosessuali. Mi indigno quando i preti fanno sfoggio di paramenti e di inutili ricchezze, e quando ordini religiosi ricoprono cripte di oro massiccio per santi vissuti in sobrietà e povertà. Mi indigno quando sacerdoti affaristi spendono milioni di euro per cupole e statue angeliche, mentre poi sperperano soldi pubblici e di tanti donatori in buona fede. Mi indigno quando suore e religiose investono i propri denari in organismi che finanziano il traffico di armi in tutto il mondo, invece di fare ricorso alla finanza etica e pulita. Mi indigno quando i fedeli laici difendono ad alta voce astratti valori «non negoziabili», ma poi tacciono di fronte alle concrete povertà del malcapitato incappato nei briganti di turno o sbarcato da una carretta del mare.

Amo una Chiesa che accoglie tra le sue braccia figli che sappiano ancora indignarsi perché vedono la propria madre umiliata e calpestata. Non dovrei permettermi di indignarmi, ma lo faccio perché mi piacerebbe vedere una Chiesa abitata da molte persone che, come il suo Fondatore, abbiano il coraggio di camminare controcorrente. Per fortuna ce ne sono state e ce ne sono.

Uso le parole di uno che poteva permettersi di indignarsi, un vescovo che dava l’esempio e accoglieva in casa sua poveri ed emarginati, don Tonino Bello. In un’omelia del 1987, così si rivolgeva al martire Oscar Romero: «Se la sofferenza (l’indignazione…!, nda) per il Regno ci lacererà le carni, fa’ che le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, siano feritoie attraverso le quali possiamo scorgere fin d’ora cieli nuovi e terre nuove».

* Direttore editrice Monti

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