Un’altra chiesa. Credibile. Dieci preti del triveneto chiedono riforme radicali

da Adista del 7 gennaio 2012

ROMA-ADISTA. Credono nella «Chiesa del Vangelo e del Concilio Vaticano II» e non la riconoscono nella Chiesa cattolica di Roma, che va tutta riformata affinché sia “credibile”. A metterlo nero su bianco, sono alcuni preti del Triveneto: Pierluigi Di Piazza (Udine), Franco Saccavini (Udine), Mario Vatta (Trieste), Giacomo Tolot (Pordenone), Piergiorgio Rigolo (Pordenone), Alberto De Nadai (Gorizia), Andrea Bellavite (Gorizia), Luigi Fontanot (Gorizia), Albino Bizzotto (Padova) e Antonio Santini (Vicenza). Tutti insieme – così come negli anni passati (v. Adista n. 35/10) – hanno sottoscritto una Lettera di Natale 2011 in forma di Credo, nella quale invocano cambiamenti radicali: dal celibato facoltativo al ministero ordinato per le donne, dalla povertà della Chiesa alla prassi democratica del confronto, dalla revisione dell’insegnamento della religione a scuola a un’«opzione etica di fondo» piuttosto che «valori non negoziabili».

Via l’Irc e i cappellani militari

Il «fondamento costitutivo» della Chiesa «è il Vangelo», premettono i preti firmatari; e la Chiesa, «quando da esso si allontana al punto di smentirlo o tradirlo in maniera sistematica, diventa un’istituzione di potere fra le altre, con l’aggravante e la copertura di pretendere il suggello divino di custode della verità». Più in dettaglio: «Quando la Chiesa riceve dal potere – economico, politico e militare – finanziamenti, vantaggi, privilegi e onori perde la forza profetica di denunciare con libertà la corruzione, l’illegalità, l’ingiustizia, l’immoralità, le guerre, il razzismo», «con la drammatica conseguenza che il potere si sente in questo modo legittimato, difeso, compiaciuto, incoraggiato e sostenuto». Più in concreto: «Possiamo esemplificare con due situazioni»: l’insegnamento della religione cattolica nella scuola – con il corollario della prerogativa episcopale sulla scelta degli insegnanti – e i cappellani militari. Il primo va ripensato, da parte della Chiesa e da parte dello Stato: in una società sempre più plurale, «l’insegnamento della religione dovrebbe essere concepito e proposto come insegnamento del fenomeno religioso sotto tutti i suoi aspetti, come conoscenza, obbligatoria per tutti, delle diverse religioni». Ne consegue che «la scelta degli insegnanti e la loro formazione dovrebbero seguire le modalità comuni a tutti gli altri, con titoli di studio e abilitazioni professionali di competenza dello Stato». Per quanto riguarda i cappellani militari, la loro presenza – e «la loro collocazione come graduati con stipendio corrispondente e privilegi annessi e connessi» – è «sempre più discutibile in un esercito ora professionale»; «potrebbe avere un senso come servizio di vicinanza umile e disinteressata alle persone, senza assumere una funzione strutturale e gerarchica». «Rimane infatti aperta la grave questione del rapporto fra il Vangelo e le armi e su questo, in modo particolare, la nostra Chiesa dovrebbe dire una parola inequivocabilmente chiara».

Comunione è democrazia

Anche il rapporto tra magistero e teologia va rivisitato. Se «il primo svolge il servizio di custodire e annunciare la fede», la seconda deve «favorire l’approfondimento delle grandi questioni»; approfondimento che diventa significativo solo quando è libero nell’elaborazione e nella proposta. La Teologia della Liberazione «resta un esempio eloquente», chiosano i firmatari, che avvertono «con particolare urgenza la necessità di privilegiare la testimonianza e la coerenza rispetto all’ortodossia e alla disciplina: sempre e prima di tutto obbedienti al Vangelo».

Da qui alla questione di «una maggiore democrazia nella Chiesa», il passo è breve. È una richiesta assai diffusa cui, constatano i preti, «si risponde solitamente che la Chiesa è molto di più della democrazia, è comunione» ma «di fatto la rinuncia alla prassi democratica nel confronto, nelle decisioni, nelle scelte e nell’obbedienza, riduce e spesso vanifica la comunione».

Negoziare il “non negoziabile”

Il metodo del dialogo è invocato anche in merito ai «valori non negoziabili»: ovvero, «famiglia, matrimonio, concepimento, conclusione della vita». Essi non devono «mai diventare oggetto di trattativa ideologico-politica. Non si dovrà certo percorrere la strada del relativismo etico – precisano – bensì riaffermare l’opzione etica di fondo, che accoglie le sofferenze e le speranze di tutti, che si lascia provocare dalla complessità della vita, con il fine costante di contribuire all’accoglienza, al sostegno, all’incoraggiamento, alla serenità e al bene delle persone».

Non solo celibe, maschio ed eterosessuale

È un servizio della Chiesa di accoglienza anche il ministero presbiterale. «Riteniamo – affermano i firmatari – possa essere svolto con pari dignità da uomini celibi e sposati e da donne prete; la riconsiderazione della legge del celibato potrà finalmente affermare la libertà e con una speciale attenzione valutare positivamente la disponibilità al servizio dei preti sposati che, per l’attuale disciplina, sono stati costretti a lasciare il ministero». Va ripensato «il ruolo della donna» anche riguardo ai ministeri ordinati, perché «siamo convinti che non sussistano motivi biblici e teologici decisivi di contrarietà; del resto non si tratterebbe di una scontata rivendicazione di parità dei diritti, ma molto più profondamente, di coinvolgere la ricchezza e la diversità di genere, liberando così la Chiesa da un maschilismo di fatto che ha conseguenze non di poco conto nelle decisioni dottrinali ed etiche».

La riflessione sui ministeri ordinati, secondo i preti della “lettera di Natale”, deve ampliarsi fino a «considerare con particolare attenzione le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della sessualità, anche – è la singolare proposta – attraverso la convocazione di un Sinodo mondiale e allo stesso tempo di incontri nelle comunità parrocchiali e nelle Diocesi, per ricostruire una vera e propria teologia dell’affettività e della sessualità, esaminando serenamente alla luce del Vangelo, e con il contributo delle donne e degli uomini di scienza e di esperienza, le diverse situazioni e implicanze. Questa riflessione induce a chiedere perdono a tutte le vittime della pedofilia, per la violenza e le sofferenze inflitte, per i silenzi e le coperture; e ancora alle persone omosessuali per l’esclusione nei loro confronti».

La Chiesa sia povera e paghi il dovuto

«Crediamo la Chiesa povera, umile, sobria, essenziale, libera da ogni avidità riguardo al possesso dei beni», affermano citando le parole di Paolo riferite a Gesù: «Da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà» (2Cor 8,9). «La Chiesa utilizzi quindi sempre con trasparenza il denaro, i beni, le strutture, rendendo conto pubblicamente di tutto. Sia sempre chiaro il fine a servizio delle comunità e della promozione della persona con una reale opzione dei poveri vicini e solo geograficamente lontani. Non ci si preoccupi, quindi, di diventare più ricchi per aiutare di più, ma ci sia l’impegno ad imparare, sull’esempio di Cristo, a stare accanto ai più piccoli anche con la propria povertà. La Chiesa, quindi, paghi doverosamente le tasse riguardo a quei beni che non sono in modo chiaro ed evidente finalizzati alla solidarietà, alla promozione culturale, al bene comune».

Le donne e gli uomini che «osano chiamarsi cristiani», «a cominciare dal papa, dai vescovi, dai preti, dagli ordini religiosi maschili e femminili», vivano «in modo dignitoso, semplice e sobrio, senza accumulare e ostentare». E di conseguenza si liberino «dai ridicoli titoli nobiliari e onorifici quali Sua Santità, Eminenza, Eccellenza, Monsignore, Reverendo», nonché «dai vestiti e paludamenti clericali che appartengono ad altri tempi e mentalità».

Politica sì, potere politico no

Altre proposizioni, ancora, avanzano i preti firmatari: «Crediamo la Chiesa che si apre all’incontro, al dialogo, alla conoscenza, alla preghiera, e condivide, con donne e uomini di altre fedi religiose, con tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà, la responsabilità per la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato. Una Chiesa – aggiungono – che può ispirare l’impegno politico, ma mai compromessa con il potere. In questo periodo la Chiesa Italiana ripropone un rinnovato impegno politico dei cattolici e ribadisce che la fede non può essere rinchiusa in una dimensione individuale, privatistica. Riteniamo che si debba particolarmente avvertire questa urgenza nell’attuale momento storico. Nella crisi epocale in corso, che sempre più vede l’aumento endemico delle disuguaglianze, lo scandalo della fame con il crescente numero di poveri, l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo con ricorrenti crisi finanziarie di vaste proporzioni, conflitti tra culture, religioni e identità diverse, la Chiesa è impegnata a richiamare i cristiani alla loro responsabilità di collaborare alla gestazione di un mondo più giusto e fraterno».

Ma che non si perda di vista la «laicità della politica». «Se è vero che le donne e gli uomini credenti devono cercare nella loro fede ispirazione e forza per dare il proprio contributo alla costruzione della società degli uomini, è anche vero che tale contributo non può prescindere da un confronto anche dialettico che tenga realisticamente conto del possibile più che di salvaguardare affermazioni di principio». (Il testo integrale della lettera all’indirizzo internet www.centrobalducci.org). (eletta cucuzza)

 

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