USA: incostituzionale la legge contro i matrimoni gay. Ma per i vescovi non si tocca

da Adista del 1 ottobre 2011

WASHINGTON-ADISTA. L’ostinata opposizione della presidenza degli Stati Uniti all’«autentica definizione del matrimonio come unione fra un uomo e una donna» rischia di «far precipitare il Paese in un conflitto fra Chiesa e Stato di proporzioni enormi», dal momento che «nessun’altra relazione è in grado di provvedere al bene comune quanto l’unione matrimoniale fra marito e moglie, e la legge deve riflettere questa realtà». A parlare non è un oscuro telepredicatore della provincia americana, ma il presidente della conferenza episcopale statunitense e arcivescovo di New York, mons Timothy Dolan. Destinatario del messaggio, il presidente Barack Obama, al quale il prelato ha inviato, lo scorso 20 settembre, una lettera dai toni estremamente decisi in cui viene esplicitamente messo in discussione l’atteggiamento adottato dalla Casa Bianca in tema di matrimoni omosessuali.

All’origine degli strali lanciati dal capo dei vescovi americani contro l’amministrazione in carica sarebbero, in particolare, i diversi atti ufficiali tramite i quali, già da qualche mese, l’esecutivo Usa non fa mistero di voler andare verso un superamento del Defense of Marriage Act (Doma), la legge federale che definisce il matrimonio come un’unione fra un uomo e una donna. Votato nel 1996 da un Congresso a maggioranza repubblicana e firmato dal presidente Bill Clinton, il Doma impedisce al governo federale, nella sezione 3, di riconoscere la validità dei matrimoni fra persone dello stesso sesso. Proprio in relazione a tale disposizione, tuttavia, la legge è stata giudicata incostituzionale, oltre che in tre diverse sentenze emesse da alcune corti del Massachusetts e della California, anche dal presidente e dal ministro della Giustizia Eric Holder. Quest’ultimo, lo scorso 23 febbraio, aveva in effetti annunciato che il Dipartimento da lui guidato non si sarebbe più sobbarcato l’onere della rappresentanza legale del Doma nelle future controversie giudiziarie. «Il presidente Obama», aveva scritto all’epoca l’Attorney General «ha deciso che, visti numerosi fattori, tra cui casi documentati di discriminazione, la legge risulta incostituzionale».

A questo primo atto di aperta ostilità nei confronti del Doma, sostiene mons. Dolan nella sua lettera, ne sono seguiti altri non meno gravi nei mesi successivi. Dal semplice rifiuto di difendere la legge nelle sedi giuridiche opportune, l’amministrazione Usa sarebbe passata a sottolinearne pubblicamente ed apertamente l’incostituzionalità, in particolare in connessione ad un suo possibile uso a fini discriminatori, fatto che, secondo l’arcivescovo di New York, «rappresenta un’oggettiva escalation del livello di ostilità mostrato dal Dipartimento della Giustizia contro la definizione di matrimonio codificata nel Doma». «In particolare», prosegue il prelato, rivolgendosi direttamente al presidente degli Stati Uniti, «appare particolarmente sbagliato e ingiusto equiparare l’opposizione alla ridefinizione del matrimonio a una forma intenzionale e deliberata di discriminazione razziale (…). Il nostro governo federale non dovrebbe ritenere colpevole di volontà deviata o di cecità morale la stragrande maggioranza dei suoi cittadini, che a milioni si sono recati alle urne nei rispettivi Stati per pronunciarsi a favore del Doma, mostrando in tal modo di condividerne la definizione del matrimonio come un’unione fra un uomo e una donna».

Al centro delle preoccupazioni dei vescovi americani sarebbero inoltre la «grande quantità di sanzioni legali contro individui e istituzioni interni alla comunità cattolica» cui potrebbe dar luogo il tentativo del governo Usa di «far passare il sostegno al matrimonio autentico per una forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale». A questa preoccupazione se ne aggiungerebbe poi un’altra, di natura prettamente economica, riguardante possibili «ritorsioni governative» contro enti e associazioni cattoliche che rischierebbero di andare incontro alla «cessazione di durevoli e collaudati contratti per la fornitura di diversi servizi sociali». Per questo e per i motivi precedentemente elencati, la lettera si conclude con un appello diretto al presidente perché «riveda radicalmente l’approccio adottato finora nei confronti del Doma e ponga fine alla campagna contro questa legge, l’istituzione del matrimonio che essa intende tutelare e la libertà religiosa».

Negli Usa, i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono legali in sei Stati (Connecticut, Iowa, Massachusetts, New Hampshire, New York, Vermont) e nel Distretto Federale di Columbia (il territorio su cui sorge la capitale Washington). Gli Stati del New Jersey, Maryland e Rhode Island, pur non prevedendoli, riconoscono le unioni di questo tipo celebrate in altri Stati dell’Unione. Diversi altri Stati offrono invece ai propri cittadini omosessuali la possibilità di stipulare delle unioni civili. Quando il Doma venne approvato, nel 1996, le Hawaii erano sul punto di introdurre i matrimoni omosessuali, e fu proprio il timore che altri Stati fossero costretti a riconoscere le unioni fra persone dello stesso sesso (in virtù della Full Faith and Credit Clause, l’articolo 4 della Costituzione) a spingere il Congresso dominato dai repubblicani ad approvare la legge che l’episcopato Usa si appresta ora a difendere incondizionatamente. (marco zerbino)

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