Vivere la vita diversamente. Quattro gay musulmani si raccontano

21 marzo 2002, fugues.com (Canada)
di Yves Lafontaine
liberamente tradotto da Domenico Afiero (gionata.it)

Proprio quando il mondo sembra scoprire la repressione dell’omosessualità nel mondo musulmano (la stampa mondiale ci ha fatto conoscere la sorte di tre uomini decapitati in Arabia Saudita e di 23 egiziani condannati a pene di reclusione sino a cinque anni), noi abbiamo incontrato (ndr. in Canada) quattro gay musulmani: Rafik, Mohamed, Abdul e Hassan. Rafik, ventinovenne e algerino, è arrivato nel Quebec venti anni fa. Lavora all’assistenza alla clientela per una società di telecomunicazioni e si considera completamente integrato nella società del Quebec. Il suo lui, Mohamed, trentaquattrenne, ha vissuto in Francia dopo aver lasciato il Marocco, la famiglia e una moglie da cui ha divorziato. Abdul, venticinquenne, nasce a Montreal da padre marocchino e da madre francese. Ha fatto studi in medicina. Hassan, ventunenne, libanese, è arrivato in Quebec per gli studi universitari.Abbiamo chiesto loro di rispondere alle nostre domande e di spiegare come vivono la loro identità sessuale e culturale.

Cosa significa , per voi, essere gay?
Hassan: E’ un desiderio naturale, ora fisico ora affettivo, ma che vivo nella massima discrezione.
Abdul: Ho saputo giovanissimo di essere omosessuale: non sono mai stato attratto dalle donne, ma non l’ho accettato che verso i miei sedici diciassette anni. Per me, non è che un aspetto della mia vita. Certo, non e’ il nocciolo. Detto questo, mi sento unito alla comunità gay. Esco per i bar della città almeno due volte al mese; faccio e mi faccio fare le avances, etc. Sono andato al corteo del Gay Pride l’anno scorso. Ma a lavoro o in famiglia, non parlo spesso di tutto questo.
Mohamed: Presto saranno tre anni che sto insieme a Rafik e vivo bene, invece, da pochissimo tempo, con l’idea di essere omosessuale. Da giovane, ovvero da adolescente, ho avuto parecchie avventure con i miei cugini e con amici di famiglia, ma credevo, come loro, che tutto sarebbe cessato col matrimonio. Anzi (ride), l’anno in cui mi sono sposato, diciamolo, è stato un vero incubo. Non per colpa di mia moglie, che è una persona davvero molto dolce e molto gentile, ma perché vivevo uno strazio tra quello che la testa voleva (cioè essere eterosessuale) e quello che il mio sesso desiderava. Per un po’, ho creduto poter controllarmi e accettare la mia situazione di uomo sposato, ma non ho potuto.
Rafik: Da parte mia, non ho vissuto quello che Mohamed ha descritto.Ho capito subito e senza strazio che ero attratto dagli uomini. Sapevo, per dirla in maniera semplice, che non bisognava parlarne, la cosa era tabù, specie nella mia famiglia.

Avete fatto il vostro coming-out e, se così è stato , cosa è accaduto con i vostri genitori?
Rafik: I miei genitori non sanno che sono gay e saperlo li scoccherebbe. Sono convinto, comunque, che non capirebbero. L’omosessualità, per loro, si riassume nella sodomia. Il che non ha niente da spartire con un sentimento d’amore. Nella mia famiglia, d’altronde, non si è molto curiosi della vita sentimentale o affettiva degli altri. Quando ci si vede, si beve un tè, si ride o si mangia.Il mio coming-out non l’ho fatto che con gli amici del Quebec (Canada).
Mohamed: Quando ho deciso di lasciare la donna con cui ero sposato, mi sono recato a casa dei miei genitori per annunciar loro la mia omosessualità. E’ stato molto difficile. L’hanno presa male e, se oggi le cose sono rientrate tra me e loro, la mia sessualità è un argomento che non discutiamo mai, anche se hanno conosciuto i miei compagni, come è il caso di Rafik, durante i vari soggiorni a Montreal.
Abdul: Fare il proprio coming-out è sempre difficile, ma lo diventa ancor più quando si è musulmano.Nella società maghrebina, l’omosessualità è tabù. Quando se ne parla, si è semplicemente esclusi. I miei genitori sono musulmani, ma non troppo praticanti. Il che rese più facile dichiarare il mio orientamento sessuale. Tuttavia, l’omosessualità non è argomento che trattiamo spesso. Mio padre è visibilmente impacciato del mio orientamento sessuale e avrebbe difficoltà, senza dubbio, ad accettare il fatto che io possa avere un compagno.
Hassan: Io, purtroppo, non ho ancora fatto il mio coming-out con i miei genitori o con la mia famiglia per delle ragioni culturali e religiose. Dico ‘purtroppo’ perché mi piacerebbe davvero poterlo fare, ma non credo che avrò il coraggio o la forza di farlo un giorno. Detto questo, la questione è diversa per gli amici: certi amici arabi lo sanno e non hanno cambiato il loro atteggiamento nei miei riguardi.

Che pensate dell’idea che hanno molti occidentali per i rapporti sessuali tra uomini, purché non se ne parli, nei paesi arabi?
Mohamed: Nel maghereb è più facile che qui avere rapporti sessuali con uomini, poco importa se eterosessuali o meno. E’ un fatto culturale! E’ molto più facile portarsi a letto un uomo che avere un rapporto sessuale con una donna prima del matrimonio.
Abdul: A quindici anni, mentre ero in vacanze nella famiglia di mio padre, ho avuto una storia d’amore con mio cugino. Poi, lui si è sposato come tutti gli uomini della mia famiglia.
Rafik: Nel mio paese d’origine, in Algeria, si può facilmente andare a letto, finché si è giovani e celibi, con altri ragazzi. Diventa più difficile dopo i trenta anni circa. E a Algeri, che è una città moderna di più di due milioni di abitanti, non si può esporsi come coppia e ancor meno vivere a due.
Hassan: Avere rapporti sessuali, forse in maniera più facile con altri uomini, anche nei paesi più religiosi come quelli del Golfo, non significa praticare l’omosessualità alla maniera occidentale.

Da alcuni anni si assiste a delle discriminazioni e a delle persecuzioni verso i gay in nome dell’Islam. Come spiegate questo fenomeno?
Rafik: Queste discriminazioni sono sempre esistite. Quello che è recente, è la loro diffusione conocenza oltre frontiera. C’è stata la questione degli egiziani strumentalizzata dalle autorità. Si potrebbero dare varie spiegazioni: allontanare l’opinione pubblica dalla crisi economica, dare delle prove ai movimenti islamici particolarmente influenti… Quanto all’Arabia Saudita, ha sempre condannato a morte gli omosessuali senza fare il minimo rumore. E’ l’effetto del 11 settembre: le accuse contro l’Arabia Saudita di sostenere e di finanziare il terrorismo internazionale fanno in modo che oggi ci si interessi alle violazioni dei diritti umani in questo paese.
Abdul: Si, esiste la discriminazione. D’altronde, l’omosessualità è illegale nei paesi del Maghreb e sanzionabile con il carcere. Ci sono arresti regolarmente, piuttosto nell’ambiente della prostituzione maschile. Spesso, però, sono casi individuali che non attirano l’attenzione dell’opinione pubblica.

Come omosessuali, pensate che abbiate qualcosa da perdere se il fondamentalismo islamico guadagnasse terreno?
Hassan: Si, nel senso che a volte le nostre vite ne dipendono. E’ illusorio credere che in questi paesi si accetterà l’omosessualità in un futuro prossimo.
Abdul: E’ chiaro che si tratta di un Islam medievale.Purtroppo è quello che milioni di persone vivono!
Mohamed: Il problema non è l’Islam. E’ davvero rivoltante che le donne portino il velo, che non abbiano diritto alla parola, al lavoro, all’istruzione. Ma il problema sta nel fatto che i musulmani moderati non sono sufficientemente mediatizzati.
Rafik: La maggioranza dei musulmani non sono fondamentalisti. Gli integralisti fanno paura e impongono la loro interpretazione del Corano a tutti. Il problema è che anche i paesi più tolleranti non lo sono per l’omosessualità. I governanti credono che la repressione per certe cose considerate immorali (l’adulterio, l’omosessualità e l’aborto) possa contenere il peso degli integralisti. Ma niente è dato per certo!
Abdul: L’Islam, come il cristianesimo e il giudaismo, è una religione omofoba e lo resterà a lungo. Quello che può cambiare è la maniera di interpretarlo. Bisogna applicare il Corano e la Sharia alla lettera oppure no? La maggior parte dei paesi musulmani non applicano la Sharia alla lettera. Il che non è trascurabile.La vera soluzione sarebbe la separazione tra politica e religione: la laicità. Ma tutto ciò è lontano dall’essere un’eventualità prossima.

Pensate che un giorno i gay musulmani potranno vivere come quelli occidentali?
Rafik: E’ chiaro che non sarà domani. Quando vado in Marocco, mi accorgo che il paese ha, su un piano economico, un ritardo di trenta anni. E per il suo atteggiamento verso l’omosessualità, si mostra ancora più arretrato. In Quebec e nei paesi occidentali, si è dovuto aspettare una rivoluzione delle mentalità – una rivoluzione tranquilla – perché questo cambiasse. Nei paesi arabi, questa rivoluzione non si è ancora prodotta.
Hassan: Direi ‘mai’ per i gay musulmani che vivono nel loro paese, ma per coloro che vivono all’estero come me, senza dubbio, diventerà più facile col tempo. Essere apertamente gay in un paese musulmano è un po’ come imboccare l’autostrada in senso inverso: è da suicida!

Cosa avete provato la prima volta che siete andati in un bar gay?
Rafik: Avevo diciotto anni e avevo preso una copia di Fugues in un ristorante poche settimane prima. Ogni sera guardavo le pagine pubblicitarie dei bar e mi preparavo mentalmente. Nonostante la mia preparazione, è stato uno choc. Mi sentivo a disagio, impacciato e molto contento di essere al bar con altri ragazzi come me. Avevo la sensazione che mi guardassero tutti, di essere completamente nudo.
Mohamed: Era a Parigi, per me, in una grande discoteca :il Palace. Avevo venticinque anni e c’era una delle più belle coppie di ragazzi che io abbia mai visto in vita mia. Il che mi ha dato il gusto di rimorchiare un ragazzo e portarlo a casa di mio cugino che mi ospitava. Naturalmente, mi sono trattenuto…
Abdul: Era lo Sky nel giugno del 1997. E’ stata un’amica a portarmi e ci sono ritornato tutte le settimane quell’estate, ma senza di lei… (ride)
Hassan: La prima volta che sono stato in un bar gay, mi sentivo perso, a disagio, diffidente, non abituato…Ero ugualmente contento di esserci, perché ero ben circondato, la gente era simpatica, erano tutti gay come me. Oggi, invece, esco spesso per la città e mi diverto tanto.

Capisco Hassan e Rafik di rifiutarsi di farsi fotografare per questo articolo. Loro non hanno fatto il coming-out. Ma perché anche voi, Mohammed e Abdul, rifiutate quando i vostri genitori sanno che siete gay?
Abdul: Nel mio caso, i miei vivono a Montreal e qualcuno potrebbe riconoscermi e raccontarlo loro. La cosa sarebbe spaventosa!
Mohamed: Anche per me è il rispetto per i miei genitori che non abitano in Quebec, ma che hanno comunque la famiglia qui. Sarebbe un grande disonore, per loro, che la famiglia sappia che io sono omosessuale.

articolo originale: Vivre sa vie… différemment

2 pensieri su “Vivere la vita diversamente. Quattro gay musulmani si raccontano

  1. Ho una bellissima storia con un ragazzo algerino e capisco la vostra intervista bella
    Tutto vero quello che dicono loro sono da capire ciao alla prossima

    ANGELO 55

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