«Voglio una legge che dica: i gay sono uguali agli altri»

da La Repubblica dell’11 agosto 2013

di Cristiana Alicata

Lettera di Cristiana Alicata, scrittrice, blogger ed esponente del Pd, al direttore di «La Repubblica».

Il punto dove il quattordicenne romano si è schiantato al suolo.

Il punto dove il quattordicenne romano si è schiantato al suolo.

Caro direttore,

come avremmo potuto evitare che un ragazzo di 14 anni si togliesse la vita, in piena estate, nel tempo in cui a quell’età si dovrebbe essere così felici da essere in pericolo solo per la propria incoscienza e dove il tormento interiore dovrebbe essere così endemico da essere visibile ad occhio nudo?

Di chi è la colpa di tanta solitudine? Chi è l’assassino?

Qualcuno mette quella colpa tutta nelle mani della sua brigata di amici, la comitiva come la chiamano a Roma, che magari (magari, perché noi non lo sappiamo e non possiamo saperlo, abbiamo solo quelle poche righe) aveva scorto in lui quell’elemento purulento di diversità che da che mondo è mondo diventa la leva dell’espulsione dal branco. Un nemico. Qualcosa di cui parlare contro è il più facile collante per una piccola comunità. Non è nemmeno un caso che i razzismi covino meglio nei luoghi isolati ed impervi ed un branco è un’entità generazionale più geograficamente simile ad una valle angusta.

Chi dà la colpa ai genitori supponendo che non abbiano visto, non si siano accorti, non abbiano sentito il flebile scricchiolio interno che alla fine si è fatto fragore di ossa, appena dopo avere finito di spezzare inesorabilmente qualcosa, da qualche parte. Come abbiano potuto non accorgersene e non amarlo a tal punto da scaldare quella parte che a quell’età comincia a scalpitare in direzione il più delle volte contraria agli abbracci materni, anche se ve ne sono.

Chi dà la colpa all’assenza di una legge, di una buona legge. Ma che cosa è una buona legge? Cosa avrebbe potuto evitare quel volo?

Una legge che puniva il branco che gli diceva, magari, “brutto frocio?”. Era più forte l’offesa o l’esclusione dal proprio branco? E quale legge può obbligare a tenersi dentro il gruppo qualcuno, senza volergli bene? Una legge che puniva i genitori per la loro distrazione o per la loro negazione o per una battuta maledetta magari davanti al telegiornale che recitava, magari, “i froci sono malati, non trovi anche tu figlio mio?”

Quale legge consentirebbe a noi tutti di non assolverci l’uno con l’altro davanti a quel mucchio di ossa andate in pezzi. Quale dannatissima legge?

Questo ragazzo si è ucciso. Non ci sono reati, se non quello mortale della religione che non accetta che l’uomo si tolga la vita (seguirà probabilmente dibattito sul funerale se la famiglia è cattolica e non sarà un bel dibattito a meno che non si faccia eccezione per evitare polemiche). Non esiste reato da punire o investigatore che possa affermare con assoluta certezza chi è l’assassino.

Non ci sono reati dimostrabili, nemmeno se esistesse un reato che punisce chi dice “frocio di merda”, perché potrebbero non esserci testimoni, perché i cadaveri non parlano. Se non c’è un reato, non ci sono aggravanti da distribuire.

E allora?

Proviamo ad immaginare un Paese dove fin dalle scuole elementari si parla di diversità. Dove si smontano le paure e si disintegra quella cultura del dominio sulla debolezza che vale per i gay, come per le donne, per i migranti, per i Rom, valeva per i terroni in terra lombarda negli anni ottanta, come per chiunque non sia l’effige del vigliacco bicipitismo italico o di una qualche razza autoctona che rilevi una diversità anche flebile tra le proprie fila. Siamo costituiti di gerarchie, di familismo malato ed asfittico, di imposizioni generazionali e di genere. Siamo permeati di quella violenza ovunque e in ogni momento. Per guarire dall’omofobia l’intero Paese dovrebbe andare a scuola, ritrovare il senso vero della forza che non passa per i muscoli, non passa per l’età, non passa per la differenza di genere. Ma cosa dovrebbero dire gli insegnanti nelle scuole? Che i gay sono uguali a tutti gli altri? Uguali in che senso? Perché hanno mani e piedi e sorrisi e muscoli e occhi? I gay sono diversi dal luogo comune. La donna è diversa dal luogo comune. I migranti sono diversi dai luoghi comuni. Un ciccione è diverso dal luogo comune. Un ragazzino storto o che si fa ancora la pipì addosso o che ha brufoli in quantità tale da essere come un appestato è diverso dal luogo comune.

E allora cosa fa di un gay qualcosa di diverso dagli altri? Leggi che non lo rendono uguale. Un gay non può sposarsi e, in teoria, non potrebbe crescere figli.

Allora non è uguale! E quindi cosa andremmo a dire nelle scuole? Non picchiate i gay perché sono uguali, cioè non proprio: non toccateli, abbiatene un po’ pena, trattateli con delicatezza, poveretti.

Non voglio vietare a qualcuno di pensare che i gay non possano crescere figli o che non possano sposarsi. Ma voglio che lo Stato lo scriva su una legge, come accade nei paesi civili. Voglio che lo Stato scriva che i gay sono uguali davanti alla legge come tutti gli altri cittadini italiani. Non mi importa di un aggravante che manda in galera 2 anni invece che uno chi picchia un gay. Voglio che lo stato prevenga. Voglio che lo stato curi le radici del suo essere comunità, non spruzzi un po’ di diserbante qua e là, cercando di ammazzare la mosca di turno. Voglio che lo Stato sancisca che i gay possono essere genitori perché non è l’orientamento sessuale della coppia, non è il genere dei genitori che cresce un figlio. E se vi scorre un leggero brivido sulla schiena su questo passaggio, state pensando che la parola gay e la parola bambini, accostate sono una cosa brutta e quindi state cogliendo il vero punto di tutta la questione omofoba: la paura più atavica degli omofobi e dell’omofobia più collettivamente diffusa e primordiale è proprio quella, ed è legata alla nostra idea di famiglia, al sangue, alla gerarchia, ai ruoli di dominio legati al genere.

Io penso che solo un Paese che ricostruisce il suo tessuto culturale fuori da quell’angolo angusto sarà un Paese migliore per i gay, per le donne e per tutti i diversi. E sarebbe un Paese dove il futuro sarebbe più comodo per tutti, persino per l’economia (dedicato a chi non vede la priorità in questi temi) perché saremmo un Paese abituato ai pensieri complessi e non ai tragitti già solcati, saremmo un Paese progressista e non conservatore e gattopardo.

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